Pensieri sulla frase «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso». (da Il tempo ritrovato – Marcel Proust)

In questo post lascerò qualche pensiero su una frase famosa di Marcel Proust, lo scrittore francese più tradotto e diffuso al mondo e uno dei più importanti della letteratura europea del Novecento.

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«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso».

Una frase profonda come questa cela al suo interno significati altrettanto intensi e collegati tra loro come un continuum spazio-tempo.

In primis, il semplice approcciarsi a un libro svela in sé uno stato d’animo, in quel momento, disposto a interessarsi e interagire con argomenti che possano solleticare, in senso di approfondimento o di semplice stordimento e rilassamento, la propria mente. Quando si pensa di voler “addormentare” lo spirito o piuttosto di approfondire una peculiare emozione o storia, anche al fine di ampliare le proprie conoscenze, ci avviciniamo alla lettura di un libro o di un autore che possa rispondere alla momentanea esigenza. Credo sia capitato a tutti di iniziare a sfogliare due o forse anche tre libri contemporaneamente, sentendo il proprio io spingerlo verso diverse direzioni o attenzioni. Quindi, nella lettura cerchiamo di scoprire o, magari più semplicemente, sensibilizzare noi stessi.

Tra l’altro, il cercare se stesso non è riferibile solamente al lettore che sfoglia le pagine, ma anche all’autore. E’ indubbiamente vero che nello scrivere, pensando continuamente allo specifico argomentare del testo, la mente si allarga alla ricerca perenne di nuove sorgenti dal quale attingere l’input  di ciò che non si riesce a vedere in se stessi.

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Basti pensare allo stesso Proust. Il ritorno al passato, il leitmotiv di Marcel Proust che caratterizza la quasi totalità della sua bibliografia, forse lascia intuire come l’autore voglia in qualche modo ricercare costantemente se stesso, come se così facendo possa  intuire di cosa il tempo è composto per cercare di fuggire il suo corso. In essa è racchiusa tutta l’evoluzione del pensiero dell’artista.

O anche il trasfondere i personali modi di pensare o di vivere le emozioni nei personaggi o storie di ciò che si scrive, rappresenta un aspetto della ricerca di se stessi. E’ quello il momento in cui ognuno intraprende una introspezione del proprio essere, cercando di cogliere alcuni lati del carattere che forse in altri momenti non riesce a percepire.

Sentirsi persi nella lettura di un libro, mentre i pensieri sono liberi di muoversi e si intromettono tra le parole scritte, e tutto questo magari davanti un camino acceso, credo acquisisca un sapore inestimabile. Ogni libro ha un piccolo messaggio nascosto che viene sussurrato tra le righe, ma sta al lettore scoprirlo, ascoltarlo e interpretarlo. E ogni lettore può captare lo stesso messaggio, ma farlo proprio in un modo tutto suo spingendolo a soffermarsi su aspetti prima inesplorati o mai intuiti.

Sullo stesso tema, la lettura innesca un processo di sperimentazione emozionale in cui una parte del nostro pensiero, quella abile a deviare dagli schemi della realtà naturale e sociale impostati precedentemente alla nostra nascita, è potenzialmente una miniera profondissima dalla quale scoprire continuamente nuove immagini e racconti.

La lettura lenisce i dolori, regala gioie e porta in luoghi lontani o inaspettati, e così la mente sarà pronta a interagire con tanti altri mondi, finanche a immaginare nuove realtà nelle quali il proprio io può calarsi al suo interno in mille sfaccettature. In questo senso torna prepotente un altra frase famosa, di cui ho già parlato qui, “Leggere un libro non è uscire dal mondo, ma entrarvi da un altro ingresso.”

L’evoluzione che ha subito il piacere della lettura, attivando nuove modalità, ha fatto scoprire appunto nuove realtà, introducendo ebook, ipad, ereader alle applicazioni per smartphone. Chi si abbandona al gusto della lettura non può tenersi lontano da questo nuovo approccio. Anche io, che trovo il cellulare ancora uno strumento praticamente oscuro, leggo molto in questo modo, per le evidenti comodità di acquisto, di costi e altri servizi offerti. Ma in questo modo mi sono allontanato dal piacere di entrare in una libreria, me ne sono allontanato ma non del tutto estraniato, a visualizzare le copertine negli scaffali o sentire l’odore della carta mentre sfoglio il testo che ha catturato la mia attenzione. L’empatia che si crea con il contatto della ruvida carta di un libro non ha eguali, non esiste applicazione al mondo che possa sostituire la sensualità di una pagina al tatto con le mani. E in questo modo trasmettere la sensazione al cervello e attivare una “sinapsi” in risposta, pronta a scattare verso nuove percezioni.

E’ probabile che tutto questo non possa capitare digitando sopra un vetro asettico e liscio, ma se l’evoluzione tecnologica può ampliare il grado di cultura di una persona e di popoli interi, elevandola a pensieri positivi e forieri di buoni propositi sociali, ben vengano gli smartphone e diffondiamoli pure in tutto il mondo.

Non posso che concludere citando un’altra frase famosa, questa volta di Dostoevskij, “Solo la bellezza salverà il mondo” e, se posso osare di più, direi che la cultura della bellezza e la bellezza della cultura salveranno il mondo.

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