Le mie impressioni sulla raccolta di poesie LA CIFRA di Jorge Luis Borges

Cari readers, eccomi di nuovo qui.

Questa volta mi sono dedicato alla lettura e contemplazione di poesie scritte da un grande letterato e poeta argentino: Jorge Luis Borges.

Ho espressamente voluto utilizzare la parola contemplazione. Di fronte alle espressioni verbali e intimi pensieri elargiti da Borges, non si può che rimanere in profonda ammirazione, estasiati dall’intuito e capacità di scrittura, come rapiti da una splendida visione immaginifica.

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Un accenno a note biografiche dell’artista si rendono necessarie per capire il contesto storico e geografico in cui visse.

Jorge Luis Borges, è nato il 24 agosto 1899 a Buenos Aires. Dal 1914 al ’21 frequenta gli studi a Ginevra e in Spagna, seguendo i suoi genitori in Europa.
Nel 1925, Borges incontra Victoria Ocampo, la donna ispiratrice che sposerà quarant’anni dopo. Il poeta è afflitto da una di cecità progressiva che esplode con virulenza, portandolo a essere completamente cieco, verso la fine degli anni ‘60. Un fattore che nutre l’opera narrativa di Borges, al contrario di quanto si sarebbe pensato in considerazione della malattia, e ne alimenta la leggendaria visionarietà.

Nel 1938 lo scrittore ha un incidente, un banale trauma alla testa, che lo porta a un attacco di setticemia minacciandone gravemente la vita. Ma nonostante la disabilità forzata, negli anni della malattia lo scrittore argentino alimenta la sua vena artistica e concepisce alcuni tra i suoi capolavori, che vengono raccolti e pubblicati nel ’44 col titolo di Ficciones. A distanza di cinque anni escono anche i racconti di Aleph.
A questo punto, Borges è uno dei maggiori scrittori argentini di tutti i tempi.

Nel 1955 viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale e commenta così la nomina: “E’ una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre (la cecità)”. E nel 1956 divenne professore di letteratura inglese all’Università di Buenos Aires.
Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura (1957), il Premio Internazionale degli editori (1961), il premio Formentorinsieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il Premio Balzan (1980) per la filologia, linguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la Grande Croce dell’Ordine di Alfonso X il Saggio.

La vasta bibliografia di Borges mette in risalto tematiche impostate in una linea fredda, dominante nella prosa latina fino all’avvento del realismo magico di Garcia Marquez, con suggestioni visionarie che hanno fortemente influenzato scrittori di diversa estrazione geografica, tra i quali si possono annoverare gli italiani Calvino e Eco.

Ma ora vengo alle poesie che ho letto nella sua raccolta, intitolata La Cifra.

 Nel prologo, il letterato sud americano, esordisce pensando di poter raggiungere, non senza incertezze, un connubio tra la poesia intellettuale e una poesia meno astratta. Credo ci sia riuscito a pieno.

La notte impone a noi la sua fatica magica. Dispare l’universo, le ramificazioni

senza fine di effetti e di cause che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo.

Un concetto, astratto per l’appunto, quale il tempo ricorre spesso in questo concento di profonde riflessioni. A volte, l’intangibile correre degli istanti portano a più concreti ricordi di persone conosciute e non più presenti, nel rincorrersi di pressanti nostalgie.

Il tempo è un fiume che mi trascina,
ma sono io quel fiume;
è un tigre che mi divora,
ma sono io quella tigre;
è un fuoco che mi consuma,
ma sono io quel fuoco.
Il mondo, disgraziatamente, è reale;
io, disgraziatamente, sono Borges.

Un elemento, ovviamente più concreto ma astratto nell’occulto concetto, è lo specchio.

Come strumento capace di ampliare lo spazio intorno a noi e deformare tutto ciò che ci circonda, fino all’immaginare mondi nuovi e mai uguali a se stessi, in contrasto alla monotonia delle sere sempre uguali. Oppure evidenzia il tema dell’identità, del doppio, lo specchio che nasconde o riflette un’altra persona come se in ciascuno di noi alberghi un’altro essere con diversi desideri e emozioni.

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di provincie, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli, di persone. Poco prima di morire, scopre che questo paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.

Qual’è il tratto del volto di Borges che appare nei versi scritti pochi anni prima della sua morte?

La raccolta del maestro è una summa di sensazioni e ricordi, in un leggero ma elaborato intreccio, di carattere autobiografico. Così come un pittore esegue autoritratti con sapiente uso di colori, pennelli e trasporto emotivo, Borges delinea memorie strettamente personali o universali con suggestioni, desideri, considerazioni fisiche e mentali nella monotonia delle sere sempre uguali,

… io non posso eseguire un gesto nuovo,

tesso  e ritesso la scontata favola,

ripeto un ripetuto endecasillabo,

dico quello che già altri mi dissero,

sento le stesse cose nella stessa ora del giorno o dell’astratta notte…

E ancora

E che una sera, uguale a tante altre, si rassegna a questi versi.

La primigenie dell’uomo, Adamo, viene declamato spesso nei suoi versi. Forse vuole identificare il Primo Uomo  con semplicemente “uomo” e anche qui ricorre una ventata di universalità, come così deve essere nelle espressioni oniriche di chi si accinge a spargere le pagine di costrutte parole, soprattutto di un magister come Borges. Oppure il suo potrebbe essere, in sintonia con quanto detto sopra, una manifestazione di memoria, pur sempre universale, ma con carattere di infinito, rivolto al tempo infinitesimale dell’essere, del divenire e dello scomparire.

L’interesse di Borges alla filosofia, che trasporterà nella metafisica, risale alla sua infanzia, quando il padre gli parlò dei paradossi di Zenone: Achille e la tartaruga, il volo immobile della freccia, l’impossibilità del movimento.
Essi fonderanno le basi del suo pensiero su infinito, tempo e realtà, e costruiranno i fondamenti della sua opera, che si può ben caratterizzare come una letteratura del paradosso.

Concludo con quanto detto da Less:

Non v’è dubbio: intriso come è di accennate allusioni diaristiche, dettato, come la cecità gli imponeva, lungo i due anni all’incirca precedenti la pubblicazione, questo, più di tutti i precedenti, è il libro dell’amore dichiarato, della gioia ricevuta e del ringraziamento dovuto; è il libro della riconoscenza e delle maledizioni, dello stupore per l’eternità che ci abita.

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