Le mie impressioni su Lo Hobbit – di J.R.R. TOLKIEN

Cari bookreaders eccomi di nuovo qua, questa volta con il libro fantasy per antonomasia, forse il più letto al mondo; acclamato, a ragione, come un capolavoro assoluto assieme agli altri romanzi dello stesso autore.

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Autore:    J.R.R. Tolkien                                                                                                                    Titolo: Lo Hobbit                                                                                                                                  Editore:  Adelphi                                                                                                                                  Prezzo cartaceo: 20,40 euro                                                                                                              Genere: Fantasy                                                                                                                                    Pagine: 342                                                                                                                                              Data di pubblicazione:  1973 – 17^ edizione                                                                                  Disponibile su: Adelphi

 

Lasciare delle impressioni su questo scritto  comincia a essere impegnativo e potrebbe sfiorare il ridicolo, alla luce di chissà quante recensioni saranno state lasciate da autorevoli esponenti del mondo letterario, ma non mi scoraggio. In fondo sono anche io un piccolissimo essere (quasi fossi uno hobbit) che lascia semplicemente il proprio pensiero su quanto ha letto. E rischierò di dilungarmi un po’ troppo, vista l’universalità dell’opera, ma spero che abbiate la pazienza di arrivare fino in fondo.

La prima volta che lessi Lo Hobbit ero un ragazzo che si era appena cimentato nelle letture del genere, dopo che rimasi colpito dal romanzo di Terry Brooks, La Spada di Shannara. Allora avevo pensato, e il mio pensiero non è che sia cambiato, come il libro di Brooks mi avesse entusiasmato di più rispetto a quello di Tolkien, l’avevo trovato più avvincente e con un tono di maggiore serietà nel raccontare storie, vicende e pericoli.

Ma Lo Hobbit è un romanzo che si apprezza vieppiù durante la lettura: ti senti trasportato in un mondo, certo fantasy e quindi credibile, tutto particolare, come se ti sentissi immerso in un sogno, come se veleggiassi sopra le nuvole: questa è stata la mia sensazione.

E questa sensazione è suffragata dal fatto che il libro, uscito per la prima volta il 21/9/1937, era stato scritto appositamente per un pubblico di bambini dell’età di 10 anni circa. I primi fogli scritti da Tolkien vengono datati alla fine degli anni ’20 e si racconta che l’incipit al racconto gli sia stato fornito dalla correzione dei compiti ai propri alunni (ricordiamo che Tolkien è stato un insegnante di letteratura per tanti anni): su una pagina lasciata bianca da un suo alunno iniziò a scrivere la frase che divenne famosa in tutto il mondo: «In un buco del terreno viveva uno Hobbit.» La prima edizione andò letteralmente a ruba e in pochi mesi venne ripubblicato. Nell’arco degli anni la prima stesura venne via via rivisitata per donare al libro un’ impronta meno infantile.

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Un racconto nato quasi per caso, ma che fu l’inizio di un mondo fantasioso e vasto, elaborato dallo scrittore Inglese. Un mondo così vasto da prevedere ben quattro ere in cui Tolkien suddivise la sua subcreazione, e di cui Lo hobbit ne era una piccola parte e in corrispondenza alla terza era. La prima era è quella raccontata nel Silmarillion e riguarda la creazione del mondo, delle razze e le vicende del primo Signore Oscuro, Melkor. La seconda era è centrata sulla nascita e caduta del grande regno degli Uomini di Nùmenor e sulla creazione degli anelli del potere da parte degli Elfi, aiutati dal nuovo Signore Oscuro Sauron. Nella terza era ritroviamo i nostri eroi, a partire da legolas, Elrond, Gandalf, Thorin e i suoi successori nani e finalmente gli Hobbit, nella loro lotta per la riconquista del tesoro sotto la montagna e contro il ritorno di Sauron. Mentre della quarta era l’autore scrisse molto poco, se non lasciando alcuni accenni all’appendice de il Signore degli Anelli, dove descrive della predominanza della razza degli Uomini e la graduale scomparsa delle altre razze.

Scusate questa breve digressione storiografica, ma si rendeva necessaria per capire in che contesto si inserisca il romanzo de Lo Hobbit.

Riguardo alla trama darò veramente pochi accenni, riservandomi di delineare alcune vicende in relazione a quanto la contraddistingue rispetto alle versioni cinematografiche.

La Trama

Bilbo Baggins, felice e contento di vivere in un accogliente buco hobbit nella Contea, mai si sarebbe aspettato di vivere un’avventura. Si vede arrivare a casa uno stregone di nome Gandalf, di cui aveva sentito parlare solo grazie ai suoi splendidi fuochi d’artificio, e ben tredici nani. Dopo un iniziale rifiuto a partecipare alla missione messa in atto da Thorin e compagnia, si lascia coinvolgere in un estenuante viaggio, pieno di pericoli ma anche di crescita personale e di belle amicizie. Affronteranno lotte e scontri avverso gli orchi in particolar modo, attraverseranno monti, valli e boschi incantati fino a arrivare alla Montagna Solitaria dove Thorin e il popolo di Durin visse per tanti anni in ricchezza e armonia con i popoli vicini. Dalla montagna furono costretti a fuggire a causa di Smaug, un terribile drago del nord che non ha saputo resistere alla tentazione di appropriarsi dell’oro e gioielli accumulati dagli avidi nani. Ora Thorin ne viene a reclamare la titolarità, aiutato dal piccolo Hobbit, reclutato appositamente in qualità di scassinatore per cercare di liberare il tesoro dalla presenza del drago. Bilbo riuscirà a far uscire Smaug dalle caverne della montagna, anche se a scapito della sicurezza degli Uomini del vicino paese di Esgaroth, la Città del Lago. Dopo averne devastato le case e ucciso tante persone, il drago viene abbattuto dall’arciere Bard, aiutato dalla rivelazione di un uccello parlante, che riesce a colpire la bestia nell’unico punto debole. La rivendicazione del tesoro da parte non solo dei Nani, ma anche degli Elfi e degli Uomini porterà a un primo scontro tra i loro eserciti, ma poi si alleeranno all’arrivo delle armate degli Orchi. Si assisterà a una tremenda battaglia, cosiddetta dei cinque esericiti, che vedrà la sconfitta degli Orchi. Bilbo se ne ritornerà a casa con un piccolo bottino di oro e argento, che regalerà in parte sia durante il viaggio di ritorno, sia durante il tempo che gli rimase della sua lunga vita.

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In questi anni ho seguito molto gli splendidi films realizzati da Samuel Jackson sulle avventure dei Baggins e non posso fare a meno di confrontare quanto scritto dall’autore inglese e quanto raccontato dal regista neozelandese.

Come al solito, e aggiungerei che la cosa risulta quasi naturale, le differenze ci sono, non solo nella fedeltà alle storie tolkeniane ma anche, in parte, nell’atmosfera che si respira (dico naturale perché per quanto mi sforzi di ricordare non credo di aver mai visto un film decisamente in linea con il romanzo da cui era tratto; forse lo è stato, a mio parere, Dune di David Lynch, tratto dal libro di Frank Herbert). Basti pensare alla scena dell’incontro della compagnia di nani e Bilbo con i troll che avevano appena rubato due cavallini per mangiarseli, almeno nel primo film Un viaggio inaspettato. Nel libro l’incontro e lo scontro con i Troll avviene in un modo diverso e, anzi, quest’ultimo non avviene affatto. Come degli ingenui vengono attirati uno alla volta dal fuoco acceso dai Troll, dopo che Bilbo vi si era recato per spiare con chi avessero a che fare e sottrarre qualcosa di utile, e catturati senza alcun combattimento. E solo l’intervento di Gandalf, che inizia a confondere gli stessi Troll con frasi improvvise come fossero dette da uno di loro, li salva prendendo tempo fino all’arrivo dell’alba. Mentre nel film era lo stesso Bilbo che prendeva tempo in altro modo.

O tante altre vicende come la fuga della compagnia dal castello degli elfi silvani, dopo che erano stati catturati nel bosco tetro e quindi lì imprigionati. Nel film devono affrontare, aiutati dagli elfi, in particolare dal capitano donna Tauriel e da Legolas (che nel libro non appaiono mai e non vengono neanche nominati), una estenuante lotta contro gli orchi, senza trascurare la ferita inferta a Kili dal dardo velenoso e l’innamoramento tra quest’ultimo e il capitano donna degli elfi. Tutto questo nel romanzo non c’é.

Senza trascurare le vicende legate all’Orco pallido, Ozagh il profanatore, che nei films avrà una parte importante, fino allo scontro finale con Thorin, mentre il principe Legolas e il capitano Tauriel combattono contro l’altro Orco Bolg.

Anche l’atteggiamento del re Thorin nei confronti di Bilbo è diverso sia nei movies sia nel romanzo. Nel libro non c’è quella sfiducia e fors’anche fastidio che troviamo invece nelle pellicole di Jackson, anche se poi si tramuterà in rispetto e amicizia. Un rispetto che nel romanzo sussiste fin dall’inizio e si accresce sempre più, grazie alle azioni risolutive dello Hobbit.

Un paio di punti, sui quali le differenze ritengo siano importanti, riguardano l’anello di Bilbo che rende invisibili (se non altro anche perché è l’oggetto su cui verte tutta la storia della Compagnia dell’Anello di cui all’altro famosissimo romanzo di Tolkien) e l’arkengemma. Nei films Bilbo terrà sempre nascosto l’anello agli occhi dei suoi compagni, anche di Gandalf che in fondo ne aveva intuito il suo possesso, mentre nel romanzo lo dirà apertamente ai nani, raccontando la casualità del suo ritrovamento e  motivando così la riuscita delle sue fortunate imprese.

Allo stesso modo, differenza che non trascurerei, è la ricerca dell’arkengemma. Nel libro si accenna verso la fine alla sua esistenza e non avrà un ruolo centrale, ma nelle pellicole di Jackson è un punto nodale della pazzia che assale a un certo punto Thorin, il non ritrovarla gli crea un malanimo non di poco conto, portandolo a assalire i suoi compagni e parenti nani, e soprattutto Bilbo.

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E tante altre vicende dove delle divergenze esistono, anche se di poco conto. Ma ciò che colpisce è che da Tolkien sono raccontate con una leggerezza simpatica dove le scene di scontro non sono descritte con l’enfasi propria dei films, al fine di dare più azione alle scene. Direi che l’autore sa attirare l’attenzione del lettore con una sapiente dose di ironia, leggerezza e azione, ma senza la tensione che si può respirare nei films. In più, La prosa di Tolkien è molto descrittiva, ma animata e piacevole grazie ad uno stile robusto ed elegante, che riesce anche a riportare scene dal tono epico ed eroico.

Il modo che ha Tolkien di coinvolgere il lettore e fargli percepire i dettagli di una azione, come se di fatto si trovasse all’interno della scena, è sorprendente e accattivante.

Dopo di ciò ci fu una notevole agitazione nella colonia dei ragni, e per un po’ si dimenticarono dei nani, ve lo dico io! Oppure In realtà era molto abile … cose di cui non ho avuto il tempo di parlarvi, E il tempo non c’è neanche adesso. E così diverse altre volte ritorna questa sorta di richiamo all’azione, rivolgendosi direttamente al lettore come a carpire la sua attenzione e accompagnarlo alla conclusione della storia.

L’aspetto importante del romanzo è sicuramente la centralità del piccolo Hobbit. Diverse sono le situazioni in cui Bilbo interviene a togliere dai guai i suoi amici nani. La figura di un improvvisato eroe che si trova suo malgrado a affrontare pericoli anche mortali e con l’aiuto della sua indole delicata e decisa allo stesso tempo, coraggiosa e attenta riuscirà a cavarsela egregiamente. Forse l’autore voleva, attraverso questo scritto (in fondo ricordiamo che è stato il primo libro scritto in ordine di tempo, le cui prime pagine risalgono agli anni successivi alla fine della prima guerra mondiale), dare risalto ai tanti uomini, piccoli nel loro personale mondo, che avevano dato la vita per risolvere questioni ben più grandi ma, aggiungerei, non necessarie o addirittura inutili.

Una considerazione che viene messa in risalto da Thorin all’atto della sua morte, il momento in cui si commiata da Bilbo dopo il loro allontanamento a causa dell’arkengemma: «In te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto.» Forse un sunto del pensiero di uno scrittore che è stato insegnante, filologo e accademico.

Non può che essere un bellissimo voto

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2 pensieri su “Le mie impressioni su Lo Hobbit – di J.R.R. TOLKIEN

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